1955 - Il redivivo di Torino - Michele Rotunno

Vai ai contenuti

Menu principale:

1955 - Il redivivo di Torino

Area Nefrologica


Testo ed immagini ripresi dall’articolo di Angelo Viziano, pubblicato sulla rivista
“TEMPO” - aprile 1955, pp 64-67.



“MEDICINA

IL REDIVIVO DI TORINO

Un caso assolutamente eccezionale nella storia della medicina si è verificato nella Clinica Universitaria diretta dal prof. Dogliotti: un uomo che ormai era alle soglie dell’aldilà è stato salvato dal “rene artificiale”


Torino, aprile

Sere fa all’Accademia di Medicina di Torino, quando già il presidente stava per aprire la seduta, un giovane, imbarazzato alquanto nel passo, asciutto in volto, venne invitato a prendere posto in uno dei primi scanni riservati. Un po’ strano quell’invitato d’onore, dall’aspetto dimesso, non certo dottorale. Ed ecco a dargli il benvenuto il clinico chirurgo, con un semplice affettuoso cenno della mano e un compiaciuto sorriso. Subito si seppe che quel giovane, di trentun anni, padre di una tenerissima bimbetta, si era appena alzato dal letto dopo una sosta di ventinove giorni in ospedale, quasi morto risuscitato. Non era, dunque, un insigne dottore di passaggio, ma un “documento” vivente annesso alla comunicazione annunciata dal professor A. M. Dogliotti su “un grave caso di anuria postoperatoria e post trasfusionale guarito in seguito ad applicazione di rene artificiale”.
Quale il dramma di quell’uomo, per poco non finito in tragedia? Uno di quelli che si svolgono, talvolta, per circostanze fortuite imprevedibili, sulla soglia della sala operatoria, quando un organo improvvisamente si impenna, si ribella, rifiuta il suo indispensabile concorso per il lieto esito dell’intervento chirurgico. Nel caso in discorso ad ammutinarsi era stato il rene, o meglio la coppia dei reni, non perchè aggrediti direttamente dal bisturi, ma per un accidentale disturbo in essi riflesso nel corso di un’operazione, che aveva richiesto una trasfusione di sangue. E si sa che quando la funzione renale si blocca sono guai per l’organismo. Quella cert’acqua di eliminazione giornaliera, volgarmente detta orina, più non si forma (e in ciò consiste 1’ ”anuria”), per cui manca il veicolo atto a trascinar fuori del sangue le sostanze tossiche che ognora si versano nel torrente circolatorio, quali scorie provenienti dai processi biochimici che si realizzano nell’intimità dei vari tessuti. Come dire che all’anuria consegue forzatamente uno stato tossico generale, che, qualora i filtri renali non riprendano la loro normale opera svelenatrice, culmina nell’uremia, cioè in quel malanno che sconcertando l’abituale svolgimento dei processi vitali si conclude col coma, e uremia è proprio detto perchè è contrassegnato da un eccesso di urea nel sangue, eccesso che va di pari passo con l’aumento di tante sostanze venefiche. C’è un mezzo per determinare il crescendo della impurità del sangue così instaurantesi e consiste nella determinazione della “azotemia” (scorie azotate nel sangue), le cui cifre diventano “iperazotemiché” allorchè il concentrato tossico prende maggior quota della norma.
Nel caso di insufficienza acuta con anuria totale si spera nell’azione di pronto soccorso del rene artificiale, al fine di neutralizzare il subitaneo travolgente aumento della azotemia, equivalente di intossicazione fatale, concedendo ai reni il tempo di riaversi per riprendere poi il lavoro momentaneamente interrotto, prima che si siano instaurate nella loro compagine corrosioni vere e proprie.
La speranza nel caso di Torino si è tradotta in pieno successo con carattere di eccezionalità, se si tiene conto delle circostanze in cui si è avverato il blocco renale e la sua lunga persistenza.
Già quell’ometto, che abbiamo visto all’Accademia redivivo, era arrivato alla soglia dell’aldilà. Il tasso dell’iperazotemia aveva toccato ormai il vertice della resistenza corporea.
Strano è che fosse ancora in vita a quello scadere del nono giorno, dicesi nono, di anuria, allorchè venne accolto d’urgenza nella Clinica Chirurgica dell’Università diretta dal Dogliotti, ove un ultimissimo modello di rene artificiale perfezionato dalla scuola torinese era pronto per essere raccordato alla circolazione sanguigna del poveretto. Vani erano riusciti i tentativi terapeutici più razionali e moderni dei primi curanti. Così non aveva avuto effetto una infiltrazione di anestetici a livello del cosiddetto peduncolo renale, fatta allo scopo di agevolare una specie di ristoro dei reni paralizzati. Inutile era pure stata la “esanguino ”, quanto dire una specie di ricambio totale del sangue del malato con sangue di magnanimi donatori, eseguita all’ottavo giorno. Alba del nono: situazione disperata, indice azotemico alle stelle, incombente stato precromatoso. Il paziente viene trasportato nella Clinica Chirurgica Universitaria.
Siamo al secondo tempo del dramma. I consueti vasi sanguigni per il raccordo del corpo del malato col rene artificiale non sì prestano più al fabbisogno, sicchè il prof. Dogliotti deve ricorrere ad altri accorgimenti di tecnica per inserire il prezioso strumento terapeutico. Questo beninteso, non è un facsimile di rene da innestarsi nel corpo, ma un grosso apparecchio che del rene copia solo la funzione svelenatrice. Esso si basa sul principio della “dialisi”, un fenomeno per cui, quando due soluzioni di concentrazione diversa circolano a fianco, separate da una speciale membrana “dializzante”, i due liquidi tendono a uguagliarsi nella concentrazione, filtrando opportunamente attraverso tale membrana. In sostanza si può dire che questo sistema artificiale di depurazione del sangue consta di una serie di lamine (con varianti secondo i tipi) separate l’una dall’altra da un sottilissimo strato di cellofan (che sarebbe la membrana dializzante). Da una parte del cellofan scorre il sangue impuro, mentre dall’altra sta una soluzione di composizione analoga a quella del sangue normale, in cui per trasudazione (osmosi) vanno a gettarsi le scorie del sangue in depurazione, in modo da liberarlo dai prodotti tossici, come avviene precisamente attraverso i filtri renali naturali. Per l’uso l’apparecchio viene inserito mediante una cannula in un vaso sanguigno del malato, tale da servire da presa, e con un’altra cannula in una vena per il ritorno del sangue ripulito nell’organismo. Una speciale pompa serve a sincronizzare opportunamente afflusso e deflusso. Va detto a questo punto che la scoperta della “eparina”, una sostanza che impedisce la coagulazione del sangue, è quanto ha permesso l’applicazione pratica recente del metodo, tentato a scopi scientifici negli animali di laboratorio già nel 1912. E l’eparina, abbondantemente somministrata nel caso attuale, deve aver giocato una parte importante per la vittoria finale. E’ difatti presumibile che nel corso del blocco renale postoperatorio e postnei reni si siano formati anche coaguli di sangue (trombi) inceppanti la fine organizzazione renale e che dall’eparina essi siano stati poi sciolti. A far dileguare l’iperazotemia doveva contribuire il lavaggio del sangue, per mezzo della filtrazione artificiale descritta.
Un’ora e cinquanta minuti esatti è durata l’operazione, sotto controllo assiduo dei vari dati sanguigni e della funzionalità cardiaca. La sospensione dell’impiego dell’apparecchio avvenne in seguito ad una beva discesa dell’indice di tossicità sanguigna, ma avrebbe potuto perdurare all’occorrenza per altre ore. Nel frattempo il Dogliotti credette opportuno aggiungere un altro ausilio terapeutico, mediante un intervento del suo bisturi su un tratto di intestino, allo scopo di formarvi una fistola attraverso la quale praticare irrigazioni utili a contribuire, col lavaggio, allo svelenamento corporeo.
La cartella clinica, con i dati letti e commentati dal professore Dogliotti all’Accademia è ormai il documento ufficiale delle alterne vicende di benessere e di malessere dei giorni successivi, sfociate nella prodigiosa guarigione definitiva del malato, sopravvissuto ad una pericolosa avventura dalla quale nessuno era uscito vivo in casi di egual fattura, per eguale causa specifica ed intensità. (Nella letteratura medica mondiale è fatto cenno ad un solo fortunato caso precedente americano, simile ma non così avanzato).
“Vivi” si chiama, rigorosamente parlando, l’applicazione del rene artificiale eseguita a Torino, per distinguerla da un altro procedimento in cui l’apparecchio non viene raccordato al soggetto ed in esso il lavaggio del sangue, prelevato e da re iniettarsi, viene effettuato in forma frazionata. C’è poi ancora la possibilità, in assenza di rene artificiale, di praticare una “dialisi” intracorporea, valendosi della superficie del peritoneo come membrana dializzante. Nel quale caso è sufficiente inserire ai due lati dell’addome due grossi aghi. Il primo serve ad introdurre nella cavità peritoneale lentissimamente un liquido opportunamente confezionato, utile a richiamare dai vasi sanguigni di cui il peritoneo è ricchissimo le sostanze tossiche. Queste verranno poi allontanate dall’organismo, estraendo attraverso il secondo ago il liquido addominale in cui sono andate a nuotare.
Saremmo in difetto se, nel considerare il clamorosa sopravvivenza di un uomo folgorato fortuitamente nella funzionalità dei reni, non citassimo un altro moderno tentativo di impiego terapeutico in casi consimili di altrettanti reni naturali al posto di quelli artificiali. Come? Ci vuole un donatorecioè un soggetto di gruppo sanguigno compatibile con quello del malato pronto a dare il proprio sangue puro ed a ricevere quello tossico. Sdraiato accanto all’individuo da soccorrere, lo si collega ad esso, mediante un opportuno raccordo tra due vasi sanguigni ed un apparecchio intermediario, sì da favorire una trasfusione crociata. Così sono i reni del sano a depurare il sangue che loro arriva dall’ intossicato. Certo ci vuole abnegazione non comune da parte dell’offerente in casi simili, mentre la stessa circolazione crociata, anche per brevità di tempo d’applicazione, sta per entrare in azione in casi in cui sarebbe invece, necessario mettere in funzione un “cuore artificiale”, per dar tempo al chirurgo di eseguire un’,operazione intracardiaca, durante la quale occorra rendere temporaneamente esangue il cuore da rammendare.
Tale il caso della piccola Penny, che ha vissuto per tredici minuti col cuore dell’amico Ted, al “Mayo Memorial Hospital” di Minneapolis, mentre il dr. Lillehei le rabberciava la parete di separazione dì due cavità cardiache, fessurata dalla nascita. E’ storia di questi ultimissimi giorni contemporanea all’eccezionale felice caso di Torino.




IL PROF. MARIO DOGLIOTTI e i suoi collaboratori dottori Caldarola, Pironti e Bessè (da destra a sinistra), presso il letto di Angelo Pomir, salvato dal rene artificiale. L’inoperosità renale durava ormai, nel Pomir, da nove giorni, quando fu ricoverato in clinica per il supremo tentativo. Allorchè il prof. Dogliotti decise di far ricorso al prodigioso apparecchio per salvare il Pomir, il malato era già entrato in stato precomatoso. L’applicazione del rene artificiale durò un’ora e cinquanta minuti.




L’APPLICAZIONE venne effettuata controllando continuamente i dati sanguigni e la funzionalità del cuore, mediante il contemporaneo ausilio di eparina che è quella sostanza di recente scoperta che è utile a impedire la coagulazione del sangue. IL rene artificiale, nel caso di Angelo Pomir, ha servito egregiamente a sbloccare la coppia dei reni naturali del pericolante.




IL RENE ARTIFICIALE è stato realizzato da Dogliotti, Caporale, Bessè, Caldarola, Laugeri, Pironti e dall’ing. Buzzetti





I COMANDI DELLA MACCHINA. Una cannula di presa, inserita in un vaso sanguigno del malato, faceva affluite nell’apparecchio il sangue impuro; il sangue, depurato, tornava nell’organismo attraverso un’altra cannula inserita in una vena.



ANGELO VIZIANO"


 
Copyright 2015. All rights reserved.
Torna ai contenuti | Torna al menu