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In cui si narra di un giovane medico e di un famoso professore dal punto di vista di un'arzilla vecchietta

Le stanze dei ricordi - Racconti nefrologici > Livello 11



In cui si narra di un giovane medico e di un famoso professore dal punto di vista di un'arzilla vecchietta



Ospedale Molinette di Torino, alla fine degli anni ‘60

Verso la fine degli anni ’60 il sottoscritto, già laureato ma non ancora - come si diceva allora - “strutturato”, cioè assunto, frequentava come medico “interno” (altra definizione oggi desueta ed il cui senso si è perso nella notte dei tempi, ma che in concreto significava soprattutto non remunerato) il reparto di Nefrologia e Dialisi dell’Ospedale Molinette, facente parte della Clinica Medica dell’Università di Torino: mi potere vedere nella foto sopra, immortalato a tradimento mentre traffico con il gocciolatore di un antichissimo rene artificiale non “disposable” - come sono tutti oggigiorno - ma che dopo ogni applicazione doveva venire smontato, lavato, sterilizzato con formaldeide, rimontato, testato a pressione ed infine sciacquato a lungo con soluzione fisiologica sterile, al fine di allontanare ogni traccia di disinfettante.
Sorvolo sulle nubi di formalina che mi toccò respirare in quelle occasioni, dato che questo lavoro era di competenza proprio dei giovani medici come me, limitandomi a ricordare come quell’apparecchio si chiamasse “rene di Kiil” dal nefrologo che l’aveva ideato, mentre molti, vista la sua scarsa affidabilità, si lasciavano andare ad una poco elegante freddura, chiamandolo “rene di kill”.
Tra i vari compiti affidati ai giovani medici interni, ci fu per un certo periodo anche una specie di guardia divisionale notturna “non ufficiale” per gli altri reparti della Clinica Medica: una specie di primo intervento rapido in caso di necessità (noi – a turno - si restava di notte in ospedale per i nostri pazienti), che poteva concludersi con la soluzione del problema da parte nostra se esso era banale, oppure con la chiamata telefonica del medico “vero”, reperibile a casa sua, se il caso era complesso.
Orbene, una di quelle notti venni chiamato d’urgenza al capezzale di un’anziana vecchietta, che presentava tutti i sintomi di un incipiente edema polmonare.
Feci del mio meglio, che allora non era molto, la visitai, la tranquillizzai, le praticai la terapia del caso, e la sua situazione clinica migliorò notevolmente.
Ma io non mi sentivo tranquillo: si, il respiro era migliorato, i rantoli erano cessati, ma all’auscultazione toracica erano ancora presenti rumori umidi diffusi ed in quantità. L’edema polmonare avrebbe potuto ripresentasi di lì a poco, ed io avevo già fatto tutto ciò che a quei tempi sapevo fare: per cui decisi di far chiamare a casa sua il medico di reperibilità, che era un famoso professore (non nefrologo) di una quindicina d’anni più anziano di me, grande, grosso e dai modi notoriamente bruschi e scortesi.
La cosa fu fatta dall’infermiera di turno alla mia presenza, e dovette seccare non poco il collega, dato che essa, dopo aver parlato, posò la cornetta sul gancio con una smorfia e borbottando qualcosa di significativo in proposito. Dopo di che dovetti allontanarmi, in quanto chiamato, per un nuovo caso, ad un diverso piano dell’edificio.
La mattina dopo, scendendo le scale per far ritorno a casa, incrociai un collega quasi coetaneo del reparto in cui la vecchietta era degente, il quale mi fermò e mi disse:
“Ciao, Giachino, sei tu il medico che ha visto stanotte la paziente tal dei tali? Ho visto le note che hai scritto sulla cartella, e mi è parso di riconoscere la tua firma”.
Risposi affermativamente, un po’ inquieto e sperando di non aver fatto qualcosa di sbagliato. Ma il collega mi rassicurò, dicendomi che la paziente si era ripresa completamente ed era lì, nel suo letto, arzilla e loquace come mai era stata prima. Detto questo, scese due gradini come per lasciarmi, ma poi si fermò ed aggiunse:
“Dì un pò, vuoi sapere che cosa mi ha detto stamane, quando sono andato a visitarla, e le ho chiesto se ricordava quale medico l’avesse visitata e curata durante la notte?”.
Io lo guardai con aria interrogativa, perplesso, e lui proseguì:

“Mi ha detto testualmente: Mah! Për prima còsa a l’han mandame un dotorìn e peui… e peui a l’han mandame l’òmo dla mnisera...!”.

E’ più che probabile che la mia grammatica piemontese sia piuttosto carente, e che la frase contenga quindi un certo numero di errori, spero non così grossi da renderla incomprensibile. Ma devo dirvi che la cosa mi riempì di soddisfazione: la vecchietta, pur sofferente ed ansante, aveva perfettamente recepito il modo in cui era stata trattata dai due medici che si erano occupati di lei.

Giuliano Giachino

P.S.
Per i non piemontesi: “un dotorìn” è un giovane medico dall’aria ancora un po’ inesperta, ma “l’òmo dla mnisera” è lo spazzaturaio).


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